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Corte d'Appello di Bologna > orario di lavoro
Data: 24/11/2005
Giudice: Schiavone
Tipo Provvedimento: Sentenza
Numero Provvedimento: 582/05
Parti: Flai Cgil/British American Tobacco
LIMITI SETTIMANALI E GIORNALIERI ALL’ ORARIO DI LAVORO – ECCEZIONE DI INADEMPIMENTO – PROVVEDIMENTI DISCIPLINARI – ILLEGITTIMITA’


La sentenza della Corte d’Appello si inserisce in un contenzioso che ha carattere praticamente seriale e che ha coinvolto moltissimi portalettere. La vicenda trae origine dal ricorso con cui Poste Italiane S.p.A. chiedeva l’accertamento della legittimità della sanzione della sospensione di otto giorni irrogata al dipendente per l’omessa consegna, secondo il sistema dell’areola, di tutta la posta nell’arco di una determinata giornata lavorativa. Il Giudice di primo grado respingeva il ricorso del datore di lavoro, annullando il provvedimento disciplinare e dichiarandolo illegittimo.

La Corte d’Appello di Bologna, pronunciatasi a seguito dell’impugnazione della sentenza di primo grado da parte di Poste Italiane, si è uniformata all’orientamento del Tribunale ed ha respinto l’appello della società con una sentenza che affronta le diverse problematiche in materia di limiti legislativi e pattizi all’orario di lavoro.

La Corte - esclusa l’applicabilità nel caso di specie del d.lgs. 66/2003 - individua anzitutto i limiti legali (8 ore giornaliere e 40 settimanali) e contrattuali (6 ore o 7 ore e dodici minuti giornalieri e 36 ore settimanali) in materia di orario di lavoro, per poi affermare, anche alla luce della giurisprudenza in materia (cfr. Cass. 15419/00; 817/99, 6995/96, 5616/85,2729/83), che “la concorrenza dei due limiti, cioè sia quello giornaliero che quello settimanale” è unanimamente riconosciuta.

Nello specifico i giudici di secondo grado, ritengono che la contrattazione collettiva di settore ed anche le disposizioni aziendali, pur prevedendo i due limiti, stabiliscono inequivocabilmente che per quanto con il precedente regime normativo potesse essere articolato in maniera “flessibile”, l’orario di lavoro non avrebbe mai potuto superare né il limite settimanale (trentasei ore), com’è pacifico, ma neppure quello giornaliero di otto ore, chè la deroga riguarda esclusivamente la modulazione in sei ore e sette ore e dodici minuti”.

Quanto al provvedimento disciplinare, la Corte richiama la sentenza 13194/03 della Cassazione secondo cui “nelle azioni a carattere disciplinare (ex art. 7 St. Lav.) siano esse confermative o di annullamento del provvedimento, l’onere della prova della legittimità della contestazione gravi sul datore di lavoro” e ritiene insussistente e comunque non provato, nel caso di specie, l’inadempimento del dipendente. Anzi, i giudici di secondo grado, qualificano la condotta del lavoratore, consistente nel rifiuto di prolungare la prestazione oltre l’orario d’obbligo retribuito, come una vera e propria eccezione di inadempimento. Infatti, prosegue la sentenza, citando la Cass. 12161/03 “nei contratti con prestazioni corrispettive, qualora una delle parti adduca, a giustificazione della propria inadempienza, l’inadempimento o la mancata offerta di adempimento dell’altra, il giudice deve procedere alla valutazione comparativa dei comportamenti, tenendo conto…anche e soprattutto dei rapporti di causalità e proporzionalità esistenti tra le prestazioni inadempiute, della loro incidenza sulla funzione economico-sociale del contratto, dell’equilibrio sinallagmatico del rapporto e degli interessi delle parti”.